Pere al cioccolato è la prima cosa che m'è venuta in mente... Quegli squisiti frutti che divoravo cogliendoli direttamente dalla pianta nelle campagne del Cilento dove eri nato.

Ma non solo... Le passeggiate a piazzale Giovanacci... il te nero con i biscotti alle quattro... le domeniche in officina Jarach & Cecconi... quando mi hai insegnato a smontare e rimontare il carburatore... il tuo orgoglio di Carabiniere e come mi misuravi perché mi avresti voluto Corazziere... l'accompagnarti alla caccia e infilarmi in un pantano da cui mi hai dovuto estrarre... Le corse con il carro armato nel piazzale del battaglione... la tua FIAT 127 con cui mi hai insegnato a guidare... Il paese dove eri nato 96 anni fa, il ciucci...

E i tuoi interminabili racconti delle tue avvertire di guerra... Tutto questo ed altro mi hai regalato nella tua vita. Ma soprattutto il ricordo di un lavoratore indefesso e di una persona integerrima come ce ne sono poche. Se esiste il paradiso tu hai l'ingresso garantito di diritto, ma di certo esiste la vita eterna, perché ora che non ci sei più vivrai per sempre nei miei più bei ricordi.

Grazie nonno Carmine...


Mi sono reso conto oggi che è passato poco più di un anno da quando ho postato l’ultima volta in queste pagine. Da allora tante, tantissime cose, sono cambiate e questo giustifica un po’ il silenzio in cui mi sono rifugiato. Non è ancora il caso che scriva pubblicamente gli eventi che mi hanno riguardato in questi 365 giorni. Forse verrà il giorno in cui potrò e vorrò parlarne ampiamente e liberamente, ma quel momento, se mai verrà, è ancora molto remoto nel futuro.

Per chi mi legge, se è ancora rimasto qualcuno che lo fa, ripensandoci oggi quello che è accaduto non è niente più di quello che in fondo sono gli imprevisti della vita che spesso ti capitano quando meno te lo aspetti, cambiandola radicalmente e cambiandoti radicalmente... oppure semplicemente facendo emergere quello che sei veramente.

Quello che conta è che ci sono ancora, un po’ (molti dicono tanto) diverso, un po’ “imprevisto” io stesso. In questo periodo di grande difficoltà mista a grande rivoluzione sono riemersi un po’ di vecchi interessi e ne sono maturati molti di nuovi ed è di questo che cercherò di parlare prossimamente.

Primo fra tutti quello che oggi mi spinge a tornare a redigere questo post che spero sarà seguito da molti altri. Mi riferisco alla mia passione per lo scrivere, passione che in realtà non ho mai riconosciuto come tale se non in questo ultimo periodo della mia vita, quando essa è diventata qualcosa che mi ha gratificato molto e molto mi ha aiutato a focalizzare quelli che sono i miei pensieri e le mie idee. Mi sono trovato spesso a scrivere per varie ragioni, tra le quali anche, banalmente, il fissare concetti che diversamente sarebbero svaniti nel flusso di miei pensieri o travolti dalle emozioni. Ho scritto molto, moltissimo, per comunicare e per comunicarmi, per organizzare e riorganizzare, per verificare se, alla prova dei fatti, quello che pensavo in un dato momento si rivelava ancora vero dopo tempo.

Ci sono tante altre cose che mi hanno accompagnato, mia figlia, il ballo e la musica, la fotografia, la lettura, il cinema e il teatro, l'arte in generale, il mio lavoro. La montagna e talvolta il mare, la città e la campagna. In definitiva, come qualcuno mi ha insegnato, la "esperienza", questo valore fondamentale che vale oltre ad ogni denaro e ad ogni oggetto che possiamo comprare con esso...

Riparto da qui, dalla voglia di comunicare qualcosa... ma non chiedetemi cosa...

Bentornato Andrea.


Ho sempre avuto l’insana convinzione che fosse meglio vivere, sempre e invariabilmente, scommettendo il possibile contro il probabile. Questo perchè in definitiva il probabile esiste e basta��� è probabile, e quindi serve il minimo sforzo perchè di verifichi, ma da esso non ti puoi aspettare sorprese, niente di positivo, niente che faccia evolvere la tua situazione in meglio, niente che sia in più rispetto a quello che tutti si aspettano. Il probabile è il minimo sindacale, è l’oppressore che vince sull’oppresso, è lo stesso quotidiano tutti i giorni, è il latte consegnato all’uscio, quello che non ti fa “mandare dalla mamma”.

Il possibile invece è creativo. Lui non esiste e te lo devi costruire, pezzo per pezzo, con fantasia e immaginazione. Il possibile in realtà sono i tuoi sogni, quelli che fai mentre guidi sulla via del ritorno dall’ufficio, e che tutti il più delle volte archiviano dicendo… “ah, impossibile!”.

Alla fine il probabile è una vacanza in una comune località di mare dove il massimo che ti puoi aspettare è che un ombrellone sia un po’ fuori posto. Arriva il bagnino, lo sistema e tutto torna nell’ambito della semplice probabilità. Il possibile invece è una settimana in barca, alla scoperta di angoli del mondo che nemmeno ti aspettavi potessero esistere, pieno del colore, del profumo e delle sensazioni che mai avresti immaginato.

Il problema è che mentre il probabile non ti delude mai, dato che non ti da nulla, il possibile è armato di scimitarra ed è pronto, in ogni istante, a menarti un fendente che ti lascia tramortito. Succede, spesso, che inseguendo il possibile si rimanga trafitti, bastonati, delusi e tramortiti, ma alla fine ne vale sempre la pena. Vale la pena il sapere di aver fatto qualcosa che ti ha cambiato o che ha cambiato, sentire la soddifazione di essere riusciti a lasciare un segno, a migliorare le cose, a… a… a… … anche se il prezzo il da pagare il più delle volte è lo stare male perchè il probabile ha vinto ancora una volta.

Già, impossibile… tutti invariabilmente lo hanno detto almeno una volta, i più se lo dicono sempre con insistenza. Il risultato è l’aver dovuto archiviare con una sola parola un sogno, e aver chiuso un libro di speranze senza nemmeno provare a renderlo concreto. Anche io spesso, ma mai volentieri, cedo al probabilismo, alla tentazione della uniformità e prevedibilità. Ma spesso, soprattutto se mi fermo a pensarci, allora il possibile mi illumina e braccio a braccio al mio ottimismo mi guida alla scoperta di aspetti e possibilità che nemmeno osavo esprimere.

Lasciamo la noia a quei dannati probabilisti. La vita sta nel possibile.


Happy-2014-free-wallpaper1Tracciare un bilancio del 2013 è di certo difficile e si rischia di cadere nell’ovvio. Che non sia stato un anno positivo è sicuramente certo, e credetemi non solamente dal punto di vista della politica e dell’economia di questo disastrato paese. Nel mio piccolo è stato un anno di belle idee che non si sono concretizzate, di difficili momenti che poi si sono risolti di cose più o meno comuni che sono accadute, lasciando un po’ di amarezza e tentandomi nella recriminazione.

Ciascuna esperienza porta con se un insegnamento, una morale che ci dovrebbe in qualche modo guidare nel nostro futuro, e nel mio caso questa è la convinzione, sempre più radicata in me, che dovrei ascoltare di più il mio lato istintivo e accantonare per una volta quello che il “comune sentire” mi porta troppo spesso a fare. Sono una persona molto logica e razionale ma troppo spesso non sono in grado di trarre le ovvie conclusioni che l’applicazione di logica e razionalità mi suggeriscono. Per quanto esse apparissero strane e sconclusionate si è sempre dimostrato, alla fine, che erano quelle giuste.

Ma insomma, anche il 2013 ha avuto le sue belle soddisfazioni. Ho consolidato nel tempo il mio “peso forma” portandolo alla incredibile meta degli 88kg (-35kg) e, dedicando del tempo a me, alla mia famiglia credo di aver trovato una dimensione che riesce, almeno per ora, a preservare la mia salute e la mia condizione fisica.

Ho continuato a ballare, attività che molti ritengono inutile e triviale ma che non lo è più di dedicarsi a una qualunque attività che esuli la normale routine lavorativa. Grazie al ballare ho avuto modo di conoscere altre persone che hanno punti di vista diversi, uscendo dalla dannosa autoreferenzialità che c’è nel mio ambito dei lavoro.

Ora mi accingo ad entrare nel 2014, con il timore che richiede un periodo delicato come questo. Le esperienze concluse o che si stanno concludendo devono essere un monito ma non un ostacolo e in effetti, il fervore delle feste mi ha portato alla convinzione che bisognerà dedicare del tempo a qualche progetto che possa dare una chances alle aspettative che nell’anno scorso non si sono concretizzate.

Non so se questo sarà un anno positivo, ma forse qualche briciolo di energia per fare si che lo diventi ce l’ho ancora… fatemi gli auguri!

Io ricambio con tutto il calore che posso, augurandovi un immenso 2014.


In questi giorni, chi mi segue su facebook sa che mi trovo nel Cilento, e per la precisione in uno sperduto paesino nel bel mezzo del parco nazionale omonimo. Vi assicuro che, pur se carico di elementi storici che vengono dal secoli addietro, non è molto probabile che vi troviate in questo paese per caso, dato che non è compreso nelle guide turistiche del luogo. In effetti, a parte una fugace toccata di cinque anni fa, era dal 1984 che non ci venivo. Bosco in effetti è il paese che ha dato i natali al mio nonno materno e che per circa sedici anni è stato l'unica meta delle vacanze di famiglia. Poi le cose sono cambiate, i primi viaggi all'estero, le vacanze da solo, la ragazza, la moglie, una figlia e… 28 anni sono trascorsi e uno pensa che le cose lì fuori siano rimaste congelate nel tempo e che basti tornarci per rivivere quei tempi.

Non è così ovviamente, il tempo corre per tutti alla stessa velocità e, quando torni sui tuoi passi per vedere luoghi lontani nel tempo oltre che geograficamente, trovi tutto di dimensioni diverse, stranamente piccolo. Te lo ricordi il luogo, perché' la sua morfologia cambia ma non abbastanza in fretta, un particolare alla volta. Un viottolo che prima c'era ora non esiste più e viceversa nascono spazi, nuovi e strani che non ti sai spiegare da dove sono saltati fuori. A Bosco è successo così, la strada un po' più accidentata di come la ricordavo, un edificio "innaturale" che mal si accosta a quelli storici del luogo, una fermata dell'autobus e i tuoi ricordi inciampano qua e là dandoti l'impressione di una nota stonata che non combacia con quello che la mente suggerisce.

Poi però li senti, inconfondibili, palpabili. Sono gli odori del luogo che si fissano molto più profondamente. E la mente torna a momenti della tua infanzia, a quell'aroma delizioso di una cucina, a quello terso dei panni stesi ad asciugare, all'acredine di una traccia di un animale. Potenti e inarrestabili ti entrano in testa e ti scaraventano indietro nel tempo in un millesimo di secondo risvegliando sinapsi che ormai erano confinate in angoli remoti della mente. E con essi arriva, prepotente, la nostalgia di tempi che non potranno più essere, di ore trascorse nella felicità di un pomeriggio di luglio, di amici persi e ormai non più ritrovati, di un sorriso fugace che ti è rimasto impresso.

Bosco per me oggi è questo. Cammino per le sue vie, vedo luoghi che mano a mano tornano familiari, abitati da persone ormai sconosciute e perlopiù forse fugacemente incontrate lustri fa. Una passeggiata lieta ma al tempo stesso colma del dolore di questi ricordi annebbiati. E allora parlo a mia figlia. Glieli racconto come una storia, sperando che almeno lei possa in parte memorizzare queste mie sensazioni e un giorno farne tesoro. Credo ci riuscirò…


Dopo un anno di assenza, nel quale mi sono recato in Provenza, quest’anno ho deciso di riportare la famiglia in Puglia, questa volta sul Gargano mentre nella precedente vacanza avevo raggiunto le coste del Salento. Dopo alcuni giorni di permanenza devo dire che c'è un netto contrasto tra la bellezza del luogo. che offre degli scorci davvero suggestivi, e l'aspetto trasandato delle località turistiche, contrasto che non avevo avvertito invece nel Salento due anni fa.

La cittadina di Mattinata, presso cui siamo alloggiati, è collocata in una delle zone più belle, a poca distanza da Vieste e Manfredonia e qualcuno si potrebbe aspettare una zona baciata dal benessere del turismo oltre che dal sole. Invece sono tre serate che preferiamo rimanere a poltrire nella terrazza al fresco della collina, anzichè recarci in un paesello ornato da costruzioni fatiscenti, disordinato e vittima dell'incuria dell'amministrazione comunale che si dimostra incapace di organizzare minimamente l'arredo urbano o perlomeno la pulizia urbana al di fuori del perimetro ristretto del centro.

Nella mia vita ho visitato molti luoghi del meridione d'Italia, e vi ho sempre trovato una cortesia inarrivabile accompagnata da una grande dignità anche nella povertà. Qui invece vedo spesso persone che ormai hanno l'aspetto "sconfitto" di chi ha smesso di combattere da tempo. Aspetto che sinceramente non mi sarei aspettato in una delle più belle zone d'Italia.

Segui la vacanza su twitter: #apulia2012


Dopo un anno di assenza, nel quale mi sono recato in Provenza, quest’anno ho deciso di riportare la famiglia in Puglia, questa volta sul Gargano mentre nella precedente vacanza avevo raggiunto le coste del Salento. Dopo alcuni giorni di permanenza devo dire che c'è un netto contrasto tra la bellezza del luogo. che offre degli scorci davvero suggestivi, e l'aspetto trasandato delle località turistiche, contrasto che non avevo avvertito invece nel Salento due anni fa.

La cittadina di Mattinata, presso cui siamo alloggiati, è collocata in una delle zone più belle, a poca distanza da Vieste e Manfredonia e qualcuno si potrebbe aspettare una zona baciata dal benessere del turismo oltre che dal sole. Invece sono tre serate che preferiamo rimanere a poltrire nella terrazza al fresco della collina, anzichè recarci in un paesello ornato da costruzioni fatiscenti, disordinato e vittima dell'incuria dell'amministrazione comunale che si dimostra incapace di organizzare minimamente l'arredo urbano o perlomeno la pulizia urbana al di fuori del perimetro ristretto del centro.

Nella mia vita ho visitato molti luoghi del meridione d'Italia, e vi ho sempre trovato una cortesia inarrivabile accompagnata da una grande dignità anche nella povertà. Qui invece vedo spesso persone che ormai hanno l'aspetto "sconfitto" di chi ha smesso di combattere da tempo. Aspetto che sinceramente non mi sarei aspettato in una delle più belle zone d'Italia.

Segui la vacanza su twitter: #apulia2012


"FROM the streets of Tunis to Tahrir Square and beyond, protests around the world last year were built on the Internet and the many devices that interact with it". Così inizia l'articolo del prestigioso NY Times, che mi è capitato di leggere poco fa. A dispetto dell'incipit, l'articolo disserta abilmente sull'opportunità di considerare o meno "diritto umano" l'accesso alla rete Internet, arrivando alla conclusione che ciò non è possibile. Certo non mi sarei aspettato nulla di diverso da un organo di stampa, che tipicamente arroga a se stesso la "libertà di stampa" come un inalienabile diritto, dimenticando che però esso è precluso a chi non ha i mezzi e l'imprimatur di "giornalista" cui tipicamente si accede mediante adesione ad una casta più o meno connessa con ordini professionali e/o editori interessati.

La piu netta contraddizione, a mio parere la si può trovare nella seguente frase: "The best way to characterize human rights is to identify the outcomes that we are trying to ensure. These include critical freedoms like freedom of speech and freedom of access to information — and those are not necessarily bound to any particular technology at any particular time.". Dacchè esiste Internet si è sempre confermato una rete che ha la capacità di premiare perfetti sconosciuti, per la sola capacità di esprimere novità e libertà. Inoltre, e i fatti del nord africa ne sono la perfetta dimostrazione, Internet ha il pregio di divulgare l'informazione in modo capillare e soprattutto di consentire a chiunque di diventare una sorgente di informazione diretta e non filtrata.

Tutto ciò, a mio parere, rende la rete un diritto inalienabile dell'essere umano in quanto essa è l'unico che consente di accedere a informazioni "pure" e soprattutto di poter diventare una sorgente dell'informazione stessa. Stampa, televisione, e radio sono di certo strumenti per veicolare una informazione modirezionale, da chi ha il poter di diffonderla a chi la riceve in modo passivo. La rete invece consente una interazione stretta che fluisce in entrambe le direzioni in modo simmetrico. A mio parere occorrerebbe parlare ormai di libertà di informarsi e di informare, come sinonimo di Internet, anzichè di libertà di stampa. E questo indipendentemente dalla interessata opinione di un arcaico "organo di stampa".


In seguito alla pubblicazione del nuovo sito della , sono per un po' tornato alle origini e sto cercando di seguire il posizionamento delle pagine su Google. Una cosa che mi ha divertito molto quest'oggi è il risultato della indicizzazione di un PDF che per un po' di tempo mi ha fatto scervellare. Ecco una immagine di come appare al momento l'indicizzazione:

Capture

In compagnia di , abbiamo cercato di scoprire l'origine del problema, che appariva piuttosto incomprensibile dato che quella frase non è per nulla presente nel PDF. Questo finchè doc, ha provato a fare copia e incolla del testo su notepad e l'arcano è da subito diventato chiaro. Per creare una sorta di effetto profondità, chi ha creato il PDF ha sovrapposto numerose volte la stessa frase. Questa sovrapposizione è mal digerita da Google che vede il tutto come una frase unica con le lettere ripetute più volte.

Da questo se ne può ricavare una morale. Quando pubblicate sul web, provare sempre a ragionare come un BOT e semplificate il più possibile, non solo in funzione del peso delle pagine ma anche in funziona di quello che il BOT leggerà sulla vostra pagina.


phone_crashProbabilmente a prima vista il titolo di questo post può sembrare anacronistico, ma davvero più passa il tempo e più credo che l'abolizione della parte vocale della telefonia sia un grande traguardo, che probabilmente non raggiungeremo mai, ma che senza dubbio migliorerebbe nettamente la qualità della nostra vita.

Mi spiego. Suona il telefono: sto facendo altro, probabilmente qualcosa di importante, ma a causa di quello squillo insistente sono costretto a rompere la mia concentrazione per alzare la cornetta e rispondere a quello che è nei fatti un importuno intruso che, per quanto importante sia la sua necessità, mi sta disturbando. Credo nessuno possa aver nulla da obiettare se affermo che il telefono è uno strumento di disturbo "legalizzato". Chi di voi si sognerebbe di avvicinarsi a due persone che discutono e interromperle gratuitamente e improvvisamente mettendosi ad urlare? Se vi va bene il risultato sarà un bel vaffa... o sbaglio? Con il telefono invece questo si può fare, per via del fatto che siamo giustificati dall'impersonalità del gesto.

E' ovvio che l'interazione verbale tra le persone non è in discussione, ma quello di cui dovremo cercare di riappropriarci è la gestione del nostro tempo, e a mio parere l'unico sistema è quello di spostare al maggior parte delle interazioni in forma asincrona e lasciare la forma sincrona a momenti ben specifici e concordati. Il mio sogno sarebbe un telefono che non squilla, che non ha bisogno di squillare perchè nel momento in cui cui "connettiamo" siamo tutti ben coscenti che dobbiamo parlarci e ci siamo tutti.

La comunicazione asincrona non è un vantaggio solo dal punto di vista delle interruzioni indesiderate. Ad oggi non esiste un modo di "cestinare" lo SPAM telefonico. Giorno per giorno siamo disturbati da call-center pagati per chiamarci, rubarci minuti del nostro tempo, per proporci acquisti di cui nel 99% dei casi non abbiamo assolutamente bisogno. Non c'è dubbio che per quanto fastidioso possa essere lo SPAM nella nostra casella di posta elettronica, abbiamo a disposizione tutti gli strumenti per dirottarlo verso un opportuno cestino mentre lo SPAM che corre sul filo del telefono deve forzatamente essere filtrato da noi stessi.

E il telefono così come lo conosciamo, sarebbe meglio sparisse. Il telefonino deve diventare qualcosa di più simile a questo: http://www.getpeek.com/ L'unica eccezione ammessa sono le chiamate d'emergenza. Punto.


C'era un tempo in cui vantavo ben tre allenamenti settimanali... So che farete fatica a crederci, ma quello della foto sono io a 18 anni, compresa l'orribile "spettinatura" con riga in parte che mi portavo addosso :P

tessera

P.S. Notare il passaggio del 2° e 3° Kyu nello stesso giorno nel Dicembre 1988... entrare in giallo e uscire in verde lo stesso giorno è stato bello (orgoglio malcelato...)


Si dice con giustificato orgoglio, che la schiavitù nei tempi moderni sia stata abolita, e di certo con riferimento alle orribili pratiche che nei secoli precedenti a questo hanno visto la mercificazione degli esseri umani non si può che essere d'accordo, sia con l'affermazione che con l'orgoglio. Certo è che, se la schiavitù è stata abolita, non è necessariamente vero che non sia praticata, ma credo che si possa ragionevolmente dire che in questo campo l'umanità è riuscita a venirne fuori anche se ci ha messo parecchio tempo.

Ma non è a questo genere di schiavitù che mi riferisco nel titolo di questo post. Piuttosto vorrei parlare di quella che indubbiamente è la forma di schiavismo cui tutti noi siamo sottoposti, e che giorno dopo giorno siamo costretti ad accettare e subire senza possibilità di poterci liberare. Mi riferisco alla schiavitù del Petrolio.

Se ci pensate bene è impensabile per chiunque di noi la rinuncia al nostro mezzo di locomozione che ci conduce giorno dopo giorno sul luogo di lavoro. Chi più chi meno, ma di certo tutti dobbiamo fare i conti con il pieno di benzina, gasolio o GPL e accettare di pagare, ogni giorno più del precedente, un bene senza il quale la nostra vita cambierebbe radicalmente, con molta probabilità in peggio. Non c'è dubbio che l'uso dell'automobile ha portato numerosi vantaggi alla moderna società, ma di certo fra tutti suppongo che quello di poter ampliare di parecchio il raggio nel quale esercitare la propria professione sia quello che di gran lunga ha dato nuove opportunità alle persone.

Ora quindi lo schiavo moderno si vede di fronte alla scelta di continuare ad acquistate i derivati del petrolio ad un prezzo che è deciso sicuramente in primis dall'avidità di altre persone, oppure rinunciare ad esercitare un lavoro e soffrire quindi tutte le nefaste conseguenze che il mondo moderno implicitamente riserva ad una tale decisione. E' ovvio che chiunque tra la scelta di perdere la propria casa, la possibilità di acquistare i propri alimenti e abiti, eccetera, e l'acquistare della benzina e continuare a vivere la propria vita di tutti i giorni sceglierà obbligatoriamente questa seconda via e questo a casa mia si dice "essere schiavo".

La schiavitù del petrolio permea la nostra società molto oltre quello che è l'uso "diretto" dei derivati per la locomozione, dato che con tutta probabilità l'energia che consumiamo, molti degli oggetti che usiamo e sicuramente altre mille cose è in qualche modo legato al petrolio, ma a mio modo di vedere tutti questi altre sfaccettature del problema non incidono più che un po' in quello che è il reale fulcro della dipendenza dal petrolio e cioè l'automobile.

Non sono per nulla convinto che la strada che il mondo sta cercando di intraprendere, verso l'uso di energie alternative per alimentare le vetture, possa essere una strada che ci porterà ad un successo: l'auto elettrica è uno strumento la cui autonomia è risibile e non vedo come possa aumentare a tal punto da fare concorrenza all'auto tradizionale. L'uso del GPL è un placebo dato che come è successo per il gasolio, il destino di questo combustibile è quello di raggiungere il medesimo prezzo dei suoi più longevi compagni. Le celle ad idrogeno e altre tecnologie del genere sono ancora troppo embrionali perchè si possa pensare che risolvano il nostro problema rapidamente.

Mi chiedo se, e con questo vengo al nocciolo di questo lungo post, la soluzione più immediata non venga dall'informatica. Oggi, la vera e unica soluzione per abbattere del 70 all'80% l'utilizzo della nostra vettura (e di conseguenza l'emissione di gas dannosi) non è forse l'adozione del telelavoro? Non sono ingenuo e so che anche l'elettricità che alimenta il nostro PC deriva in qualche modo dal petrolio, ma con la recente crescita delle installazioni di pannelli fotovoltaici, e anche solo per il fatto che la produzione di elettricità può sicuramente essere fatta in modo più raffinato e ottimizzato di far esplodere benzina nei cilindri del nostro motore, il risultato potrebbe essere ragionevolmente raggiungibile.

Ho fatto un po' di conti ed è venuto fuori che personalmente percorro circa 20000 km all'anno dei quali praticamente 18000 sono fatti esclusivamente per recarmi in un ufficio e fare un lavoro che potrei benissimo fare nel mio studio di casa. Lavori come il mio potrebbero godere di un abbattimento dell'uso della vettura di quasi il 100% e sono certo che esistono molte altre attività che possono godere di questo privilegio. Mia moglie ad esempio per lavoro deve consultare bolle doganali che transitano ormai completamente su linee informatiche. Cosa le impedirebbe dei fare il suo lavoro a casa? Tralasciamo inoltre il fatto che impiegare in media dai 40 ai 60 minuti al giorno del mio tempo solo per spostarmi d casa in ufficio e viceversa mi sembra sconsiderato.

Ritengo si tratti soprattutto di una questione di educazione; esistono per certo attività che debbono essere svolte davanti ad un tornio piuttosto che in un ufficio dotato di strumenti che non possono essere dislocati. Me una grande maggioranza di persone non farebbe differenza nello svolgere la propria attività da casa anzichè percorrere chilometri in macchina per recarsi in ufficio.

Che sia questa la strada per rompere le catene della nostra moderna schiavitù? E se è così, cosa possiamo fare per iniziare a percorrerla?