Sono reduce di una chiacchierata, avuta questa sera, con una persona incontrata per puro caso ad una festicciola. Le poche parole che ci siamo scambiati, più per combattere la noia che per reale voglia di comunicare sono state sorprendenti. La sorpresa non è stata nell'identità di vedute, che pur parzialmente si è verificata, quanto piuttosto nel distacco con cui il mio interlocutore valutava la situazione economica italiana sulla quale siamo ricaduti dopo poche battute. A dirla tutta, mi capita sempre più spesso di trovarmi mio malgrado coinvolto in discussioni totalmente inutili a proposito dei motivi che stanno conducendo il nostro paese verso un orizzonte sudamericano. I cinesi sono sempre sul banco degli imputati accompagnati dal governo o  alternativamente dall'opposizione. Essi naturalmente, affiancati all'unione europea, vengono additati a principale causa della situazione attuale del lavoro e dell'economia italiana. Non entro ora nei particolari di questi argomenti, che ai fini di questo post non sono rilevanti, ma voglio osservare che essi sono tipicamente affrontati come se non fossero problemi che ci riguardino direttamente e con un atteggiamento di rassegnazione che non lascia spazio a quanto si possa fare per risolverli. L'italiano medio ormai è supino alla situazione, attanagliato da una sensazione di impotenza che pur avendo un'origine molto chiara e inequivocabile deve essere considerata deleteria quanto - se non più - della situazione stessa. Se facciamo qualche passo indietro nel tempo, possiamo anche comprendere facilmente quali siano i motivi che ci hanno portato a questo tirare a campare che non presagisce nulla di buono. Nella seconda metà degli anni '90, con l'avvento di Berlusconi il paese ha vissuto un periodo di intenso appassionarsi alla politica da parte dei propri cittadini, è risaputo infatti che in quel periodo le trasmissioni politiche avevano ascolti vertiginosi. Quello che successe allora, fu che l'entrata in campo di una nuova variabile prometteva di dare un taglio più liberale all'Italia e alla sua economia, e così facendo di risorvere i problemi strutturali di un paese che ereditava la distruzione di 50 anni di logiche clientelari. In quel periodo le persone in massa diedero fiducia a questo personaggio, che pur apparendo molto ambiguo per qualche verso, aveva l'indubbio merito di predicare uno stato che molti di noi desideravano. Nessuno allora aveva molte speranze perchè quello che rimaneva in campo dopo l'esito di "mani pulite" non lasciava molto spazio. La classe politica era tutta riciclata e gli italiani non se ne fidavano più, per buona parte a ragione. Oggi, a distanza di 10 anni l'italiano medio ha riposto nel cassetto la proprie illusioni. Da un lato Berlusconi ha ripetutamente tradito le promesse che aveva fatto e ha dimostrato di non saper governare nemmeno i propri alleati, dai quali è continuamente e pubblicamente "schiaffeggiato", mentre contemporaneamente dall'altro lato, nell'opposizione, non si vede sorgere una forza che possa realmente cambiare il paese, ma piuttosto una classe politica nostalgica tanto quanto, se non più di quella al governo. Questo profonda delusione, unita alla striciante illegalità cui gli italiani sono abituati, e alla sensazione di decadenza che pervade il paese, fa si che ormai la maggior parte delle persone non creda più in una possibilità di rinascita, ma che addirittura cerchi di distaccarsene, quasi pensando ad una forma di autodifesa dal baratro verso cui siamo lanciati a folle velocità. I referendum di domenica scorsa dimostrano che questa sensazione ormai sta pervadendo gran parte dei cittadini. Quale che sia l'interpretazione che ne hanno dato i chierici di destra e di sinistra, tutti noi sappiamo che in realtà quello che hanno testimoniato la gran parte degli "astenuti" non è stato una vicinanza alle argomentazioni cattoliche, ma piuttosto un senso di inutilità di un'istituzione che da dieci anni non vede il quorum ma che da molto più tempo viene tradita da logiche di partito che disattendono le decisioni che la maggioranza degli italiani ha votato. Per intenderci come è successo per il finanziamento pubblico dei partiti che nonostante l'abolizione per referendum è tuttora florido. Certo, non posso biasimare gli italiani per questo atteggiamento, probabilmente giusificato, se non rilevando che esso deriva anche da responsabilità diretta degli italiani stessi. Probabilmente si sarebbe dovuto avere la capacità di scandalizzarsi e di pretendere legalità è liberismo molto tempo fa e forse oggi non saremmo a questo punto. Ora, ci troviamo a credere di essere impotenti e quindi lasciamo correre, e così facendo lasciamo ancora campo libero a questa classe politica. Occorrerebbe curare questo male, e forse ci ritroveremmo nuovamente in corsa.

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Commenti (1) -

# | Keper | 20.06.2005 - 17.42

La cosa che trovo più preoccupante è che inevitabilmente il parlamento è lo specchio del popolo.
Qui non ci vogliono nuove persone a governare, qui ci vuole una nuova popolazione.

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